Spider-Man Origins #6

 

- Mi dici una cosa? –

- Ti risponderò, se tu risponderai a me. Prima tu. – risponde Quentin Beck, sistemandosi sulla sua poltrona, e osservando il ragazzo nella sua tuta in lycra appositamente studiata per il personaggio del Reality Show “Who is Spider-Man?”.

- Ok…perché la tv spazzatura? – gli chiede Peter, restando appeso a testa in giù.

- Mmm… - mormora Beck, restando per qualche secondo in silenzio – Ti ho insegnato a parlare come un adulto, ma uno come me se ne accorge che sei minorenne. Non vuoi dirmi come ti chiami, non vuoi fare un contratto regolare, non sei rintracciabile e potresti sparire da un momento all’altro mandando all’aria tutti i piani. –

- E il punto sarebbe? – chiede il Ragno, con quel tono irritante che ha deciso di dare al suo personaggio.

- Il punto sarebbe che se vuoi fare soldi con queste premesse, devi scegliere gente che fa poche domande, a cui uno scandalo farebbe più comodo che altro e che produce programmi facilmente rimpiazzabili nel palinsesto. Questo Reality Show è perfetto. –

- Ok. – per quello che lo riguardava, Peter si ritrova a pensare che la risposta è stata esauriente. Alla fine, gli interessa poter avere dei soldi con cui sistemare la sua vita, e anche quella degli zii che sta rivalutando.

- Ora tocca a me farti una domanda. – comincia Beck.

- Spara. –

- Come fai? –

- Cosa? –

- No, dico davvero…come fai a farlo? Quello che fai. –

- Ah… - finora nessuno glielo ha mai chiesto - …è…mi viene naturale. –

- Carino. – risponde ironicamente Quentin, unendo le punte delle dita – Ho capito come lanci la ragnatela, mi hai fatto vedere quegli affari…e il liquido, molto ingegnoso, ma il resto? –

- Te l’ho detto… -

- Ti ho visto sul ring…fai salti di svariati metri, riesci a sollevare pesi incredibili, ti arrampichi su superfici completamente lisce…e lo hai fatto a dorso nudo, non c’erano congegni nascosti, e non sei allenato per farlo, ti ho fatto allenare io. Quindi…come fai a farlo? –

- Questo…questo non posso dirtelo, ok? –

- Voglio saperlo, penso di averne il diritto. Tutti hanno un segreto, Copperfield…Houdini…voglio sapere il tuo. –

- Senti, adesso…adesso vado, ok? Fra venti minuti dobbiamo registrare, ci sei anche tu? –

- Uh? – per un secondo Beck pare distratto – Ah, si, si certo, ti raggiungo sul set. Vai pure. –

Trascorrono pochi secondi, quando ormai il ragazzo è uscito, l’uomo resta seduto, ma non è più rilassato. Rapido, estrae un foglio da un cassetto, cominciando a tracciare rapide linee su di esso, assorto completamente in quel attività.

 

Silenzio. Quella dannata casa è immersa nel silenzio. Anni fa, quando suo figlio era ancora nella pancia di sua moglie, il dr. Connors sapeva che andare a vivere in periferia, nella casa che era stata dei suoi genitori, sarebbe stata una cattiva idea. Il rumore lo aiuta a distrarsi, a non restare solo. Inoltre, non ha mai pensato che Martha potesse essere una compagna stimolante. Intellettualmente, non è mai stata al suo livello, almeno non dal suo punto di vista. Certo, si è rivelata un’ottima sostituta su cui sfogare la rabbia per la sua condizione, ma ancora adesso, a volte, per fare l’amore con lei doveva pensare a Mary Parker. Triste a dirlo, ma fu così anche la notte che fu concepito Billy ed è così anche ora, che tutti dormono e il dottore è solo nel suo studio della sua casa di periferia. Nel silenzio.

Mary Parker è stata un’ossessione fin dai tempi del college e lui l’ha amata in modo disperato, come solo gli uomini ossessionati possono amare, un modo malato, possessivo, che non poteva durare, almeno non secondo lei.

Curt però non sta pensando al giorno in cui lei lo lasciò per Richard, sta pensando al giorno del suo rientro dalla Guerra del Golfo. Si era arruolato subito dopo la rottura e non le aveva detto niente, lei lo era venuta a sapere da qualcun altro e così, il giorno dopo del suo rientro…era piombata nella sua casa. In quella casa, in quella stanza che un tempo era la sua camera da letto e solo dopo il matrimonio sarebbe diventata il suo studio.

- Io non capisco come tu abbia potuto farmi una cosa simile! – aveva esordito lei.

- Mi sembra una frase appropriata alla mia situazione, piuttosto che alla tua.  – era stata la sua risposta. Era più giovane, c’era rabbia in lui, ma da qualche tempo si sentiva debilitato, terribilmente stanco. Il cancro lo stava divorando, ma lui non lo sapeva.

- Curt, hai solo cercato di farmi stare male e…e…ci sei riuscito, maledizione! – stava piangendo, ma sembrava ancora più bella di quando lui era partito.

- Perché dovevi stare male? Non avevi Richard a consolarti? – lo schiaffo che ricevette se lo era meritato.

- Non hai neanche pensato che io potessi tornare sui miei passi? – gridò lei, rivelando quel pensiero che le era venuto, quando aveva saputo che lui stava rischiando la vita in guerra. Si. Curt ci aveva pensato. Per questo era partito, per suscitare questo e ora, ora che sapeva di esserci riuscito, stava gioendo dentro di sé. Si sentiva viscido come un serpente, ma stava gioendo. Non appena si avvicinò, Mary si voltò di scatto, ma lui le si accostò lo stesso.

- Hai ancora tempo per farlo. – le aveva sussurrato – Sono tornato. – sibilò piano nel suo orecchio.

- No… - singhiozzò lei, poi sembrò farsi più ferma, più serena, cosa che fece tremare Connors - …ti sbagli, non c’è più tempo. –

Mary era stata profondamente innamorata di lui, nonostante la sua gelosia, nonostante tutto, ma…era una persona terribilmente risoluta. Per piegarla, Curt sapeva di doverla fare sentire in colpa, ma se ora ritrovava la sua sicurezza…sarebbe stato tutto inutile.

- Come puoi dire una cosa del genere? Guardami! Sono vivo e sto bene… - non era vero - …smetti di fingere, so che mi hai rimpianto, che hai avuto paura che fossi morto! – nell’alzare il tono, Curt l’aveva afferrata per le braccia, ma lei non si era lasciata vincere da lui. Sosteneva lo sguardo, il volto rigato dalle lacrime era disteso, qualcosa le impediva di cadere in quella trappola. Cosa? Cosa stava vanificando tutto quello che lui aveva fatto?

- Sono incinta, Curt. – pronunciò piano, lei, spostando le mani di lui, dolcemente e lentamente sul suo ventre – Sei la prima persona a cui lo dico. La prima. – sottolineò, con quel tono dolce e terribile – E lo sono perché sono innamorata di un uomo straordinario, come prima lo ero di un altro uomo che ora deve solo ritrovare la luce che ha usato un tempo per farmi innamorare. –

Curt vacillò all’indietro, al tempo c’era un letto, essendo la sua stanza. Scivolò su quello, a sedere, poi il suo viso sbiancò e i suoi ricordi si interrompono lì, per riaccendersi in un ospedale. L’ospedale dove gli avrebbero diagnosticato il cancro alle ossa.

- Ritrovo la luce. – mormora ora Curt Connors, semidisteso sulla poltrona piazzata lì dov’era quel letto. La manica della camicia arrotolata a scoprire il braccio mancante, fin sopra l’attaccatura della spalla. Una siringa a terra, ormai vuota. Il suo corpo abbandonato ad un sonno innaturale. A cercare la luce. Là dove era nato il suo primo incubo, là dove sarebbe nato il secondo.

 

- Aiuto Uomo Ragno! Aiuto! – grida la bionda modella, legata ad una vistosa carica esplosiva con tanto di timer, in cima ad una struttura metallica sopraelevata. Sotto di lei, quella che sembra una piccola escavatrice da cantiere, schizza a tutta birra verso una figura il cui corpo è guantato di rosso e blu.

- Scusa, puoi ripetere? Non credo che tu mi stia stimolando abbastanza, ragazza… - fa, l’essere coperto da quell’uniforme integrale in lycra, più una tessitura gommata a forma di ragnatela che intelaia tutte le parti rosse dell’abito - …anche se il tuo bikini parla da solo! – fa, sorpassando con un balzo quel veicolo. Subito, le pareti della stanza prendono vita. Pistoni enormi escono dai muri e cercano di schiacciare l’aracnide umano che intanto salta da una parte all’altra dell’enorme ambiente che rapidamente viene avvolto da una cortina fumogena. Poi con un gesto della mano l’eroe tesse una tela e si eleva. A metà strada fra la terra e la donzella in pericolo, uno dei pistoni lo colpisce lateralmente, facendolo sbandare su una parete alla quale aderisce. Attimo di indecisione, poi comincia ad arrampicarsi verso l’alto, verso la donna, fino a raggiungerla.

- Non temere, è in arrivo la cavalleria! – esclama Peter, da dietro la maschera, balzando verso la bomba, Facendosi strada fra il fumo, il ragazzo afferra la bomba e subito lancia un grido di dolore e muovendosi come sotto l’effetto di una potente scarica elettrica. Poi crolla a terra, in evidente difficoltà. Si ode una risata malvagia, molto scenica.

- È finita Uomo Ragno! Anche questa volta sei caduto nella mia trappola…ma non dovrai affrontare qualche stupido lacchè, bensì… - e la ragazza viene avvolta progressivamente dalla nebbia, fino a sparire, mentre la figura di qualcun altro emerge. Un uomo, forse, vestito con una strana tuta verde e viola fosforescente, al posto della testa, una grande sfera ripiena di fumo, due altoparlanti ai lati trasmettono una voce profonda e distorta -…Mysterio, in persona! –

- Eeeee…stop! Fermiamoci qui per oggi. – fa una voce fuori campo – Ottimo lavoro ragazzi, tutti quanti. Ehi, Ragno… - continua Beck - …tutto bene? –

Peter si rialza rapidamente, la scossa non c’era, ovviamente – Si, solo… - fa, guardando verso il basso - …non ho visto quel pistone. Strano. – per qualche motivo, il suo senso di ragno non lo ha avvertito.

- La ripresa andava bene comunque. – fa Beck, evidentemente regista e autore del programma, oltre che realizzatore della robotica – Berkhart, come ti sembra il costume? Ho fatto delle migliorie. – chiede, verso l’uomo vestito da Mysterio.

- Capo, questa roba è fantastica! – esclama, l’altro, sfilandosi lentamente i guanti – Posso adattarmi a quello che succede nella scena, non ho mai lavorato così bene, con così tanta roba addosso… -

- Beh, mi piace l’improvvisazione. – conclude Quentin Beck – Vado a prendere una boccata d’aria, ci vediamo fra dieci minuti nel mio ufficio. – fa, verso Peter, ancora di fianco a Mysterio che sta uscendo dal suo costume.

- Quell’uomo è pazzesco, non credi? – gli chiede Daniel Berkhart – Ha disegnato lui i tuoi effetti speciali? –

- No. – replica il ragazzo – Ma gli sarebbe piaciuto. –

- Ehi…non te lo togli proprio mai quel costume? Non mi ricordo di averti mai visto in faccia. –

- Meglio così. – fa il Ragno, ironicamente – Non sono così bello, fidati. –

- Oh, beh…nella puntata finale dovremo correre il rischio. –

- No, non dovremo. –

- Certo che dovremo, scemo. Quando Mysterio strappa la maschera al suo rivale! –

- Cosa? – chiede Peter, incredulo.

- È nel nuovo copione, non l’hai letto? –

Non l’ha letto perché nessuno gliel’ha consegnato. Qualcuno si è dimenticato di farlo, volutamente, evitando di dirgli che il suo viso finirà in pasto a milioni di spettatori. Con un balzo, Peter è in volo verso terra, furibondo.

 

- Allora siamo intesi, Spike? – gli chiede l’uomo, al posto di guida, mentre l’altro ragazzo si mangia nervosamente le unghie.

- Non c’è un modo più semplice? –

- Più semplice di questo? Tu entri e ripulisci i camerini, gli attori ci lasciano di tutto dentro, è perfetto, guarda…c’è una scala antincendio. Un mio aggancio ha lasciato aperte un paio di finestre, sono tutti in studio, quindi non avrai problemi. Che cosa ti rende nervoso? –

- Niente…è solo…è solo che mi servirebbe… - si riferisce alla droga. È passato troppo tempo dall’ultima dose, è nervoso.

- Dopo. Prima il lavoro. – gli risponde l’altro – Ora prendi questa. – gli dice, porgendogli una pistola.

- Perché? – fa l’altro, confuso, mentre la infila in tasca.

- Se succede qualche casino, e poi scotta, non la voglio con me. Ora vai. -

 

- Che significa! – tuona Peter, in quella che non è una domanda, quasi – L’Uomo Ragno smascherato? Non voglio apparire, te l’ho detto che non ho nessuna intenzione di farlo. –

Quentim Beck si limita ad osservarlo, quasi pigramente, prima di rispondere – Non avresti dovuto leggere i nuovi copioni. – afferma.

- Quindi ammetti di avermi tenuto all’oscuro? – chiede Peter, esasperato.

- Ehi! – fa Beck, battendo il palmo sul tavolo – Ragazzino, tu lavori per me. Sono io l’esperto, se ti dico che il pubblico vuole vedere questo, tu gli dai questo. – il tono è autoritario.

- Cosa ne sai di cosa vuole il pubblico? –

- Sei un ragazzino, lì sotto. Lo so. Pensa allo shock, allo scandalo! La prossima stagione frutterebbe milioni in spazi pubblicitari. –

- Non ci sarà una prossima stagione, Quentin. Apri gli occhi, il programma ha retto, ma è una stronzata! –

- Oh…sei diventato un critico? - 

Peter tace. Quell’uomo che gli ha dato così tanto in quei mesi…litigare con lui è difficile. Resta in piedi, ancora in costume, di fronte a lui, oltre la scrivania, in silenzio. Beck prende la palla al balzo.

- Ok. Non è così che si fanno gli affari, ma ok. – mormora il regista, guardandolo – Cambierò il copione, lo riscriveremo, cancellerò la scena. –

- Grazie, sapevo che… -

- A patto che tu mi dica come fai a fare quello che fai. – lo interrompe l’uomo, fissandolo.

- Che stai dicendo? Che ti importa? – chiede Peter, sorpreso.

- Per me è importante. Per me è…è tutto. – afferma l’altro, con una strana luce negli occhi.

- Che significa? Stiamo avendo successo, possiamo… -

- Ragazzino, se tu questo lo chiami successo, io lo chiamo viale del tramonto. Voglio sapere come fai. Quello che puoi aver capito tu, io posso renderlo grande, se me lo riveli. Vuoi altro denaro? Te lo farò avere. Ma devo saperlo. –

Il fatto è che Peter non ha una risposta precisa alla domanda e quello che potrebbe rivelargli è troppo rischioso.

- E se non te lo dico? – gli chiede il ragazzo.

- Allora preparati a mostrare la tua faccia al pubblico americano. – un ampio sorriso appare sul volto di Beck – O l’uno o l’altro, non ti permetterò di mantenere tutti e due i segreti, sei solo un moccioso e io voglio quello che hai. Voglio che la gente alzi gli occhi e trattenga il respiro, ancora. Ancora, come faceva prima. –

Peter allora non esita più, rapido si volta e comincia ad avviarsi verso la porta, senza parlare, a passi veloci.

- Dove vai? –

- Me ne vado, idiota. Tu sei malato. –

- Non puoi andartene! –

- Si che posso, pensaci. Dopo quello che hai detto, il massimo che puoi fare è darmi la liquidazione altrimenti me la prendo da solo. –

- Non puoi! Il programma non è finito, la rete…la rete… -

- La rete ti ucciderà? Scusa, non è un problema mio. – e dicendo questo, Peter Parker sbatte la porta. Rapido, si dirige verso il suo camerino, entrando. L’ambiente è abbastanza spoglio, non c’è niente di lui. In una borsa, aveva riposto qualche anonimo vestito civile, su di essa trova appoggiati un paio di costumi di scena da Uomo Ragno, nuovi di zecca, come quello che sta già indossando. La nuova partita che doveva arrivare.

- Bene. – esclama, infilandoli nella borsa – La mia liquidazione, immagino. Aspetta che li piazzi su ebay… - in fondo, fare soldi con la propria immagine gli sembra giusto. Qualcosa però non va, da dietro un paravento, uno scricchiolio attrae la sua attenzione. Con un gesto rapido e rabbioso, visto il suo stato d’animo, discosta quell’ostacolo e si ritrova davanti l’immagine di Spike, con gli occhi quasi fuori dalle orbite, a cavalcioni sulla finestra. Spaventato, indeciso, un sacchetto con la refurtiva ancora in mano, molto simbolico. Non si muove, un po’ perché pensa che l’uomo in costume sia un’allucinazione, un po’ perché sa che è stato beccato e non ha la forza di correre.

- Beh? – gli fa Peter – Vuoi restare lì impalato? Vattene. – gli ringhia contro – Vattene! – e detto questo, si volta e imbocca la porta. Che quel ladro del cavolo si portasse via i soldi della troupe, lui non ha lasciato niente in quel camerino e in quel momento vuole solo vedere quel posto bruciare.

 

Al di là di quello che una persona può immaginare, molti matrimoni nascono dall’attrazione sessuale, che non vuol dire necessariamente attrazione fisica. Ci può essere un sottile feeling sessuale fra persone che prima di provarlo, non si sarebbero quasi notate e chi non l’ha mai provato non può capire realmente questa affermazione. Benjamin e May Parker invece questa cosa la conoscevano già, ma non riuscirono a prevederla quando finirono per caderci, da giovani.

Quella sera, approfittando dell’assenza di Peter, hanno lasciato che la scintilla scoccasse mentre erano in soggiorno, sul divano. Sono quasi ancora del tutto vestiti, a parte la camicia di Ben sbottonata per metà, mentre lei lo bacia.

- Aspetta… - mormora lui, alzandosi appena da quella posizione.

- Cosa c’è? Peter? – chiede May, notando lo sguardo di suo marito.

- Non ne sono sicuro… - fa Ben, alzandosi dal divano. Ha sentito dei passi in strada e poi nel cortile, una corsa. Un attimo dopo, dei colpi frenetici alla porta d’ingresso.

- Chi è? –

- Mr. Parker, la prego, mi faccia entrare… -

Un attimo di silenzio. Ben esita, come qualunque uomo sorpreso in un momento di intimità, vagamente irritato dall’interruzione, ma ha riconosciuto quella voce e non riesce ad ignorarla. Controlla che May si sia ricomposta e allaccia un paio di bottoni della sua camicia, prima di aprire la porta.

- Signor Carradine, è molto tardi per una visita di cortesia… - gli dice, e in un attimo il giovane cerca di sgattaiolare dentro casa. Con un’occhiata, Ben nota il suo stato. È pallido, sudato, il suo sguardo spiritato e l’evidente stato confusionale gli fanno subito pensare all’astinenza.

- Mr. Parker! Lei deve nascondermi! Deve aiutarmi! – grida Spike, appoggiandosi al muro. Un cenno a May, spaventata, che si muove subito verso la cucina.

- Perché non cominci dall’inizio? Mi stai spaventando, ragazzo. – gli dice, in tono apprensivo Ben.

- Io…ah…lui non ha occhi, sono bianchi e io…io l’ho visto… - mormora l’uomo, terrorizzato e in preda ad un delirio - …lui mi ha visto! – grida.

- May…una camomilla. Doppia. – detto questo, Spike viene guidato dall’uomo verso una poltrona, lentamente – Che ti è successo, signor Carradine? – gli chiede, quasi con affetto paterno, tale è la pena che quel giovane gli suscita.

- Stavo…stavo rubando, mr. Parker. Per una dose, un amico mi ha chiesto di fare un colpo e…poi ci saremmo divisi il ricavato e lui mi avrebbe anche dato una dose. Ma…un mostro mi ha visto! –

- Un mostro? –

- Quello alla TV, il ragno…l’attore, credo, uno stuntman, non lo so…mi ha visto…e ora mi denuncerà! –

- Eri agli studios? –

- Si…e lei deve nascondermi, perché la polizia mi troverà. Il mio amico…non mi ha voluto dare niente, si è preso i soldi e mi ha scaricato…lei è l’unico che mi difenderà…lei lo farà, vero? –

Ben tace, per qualche momento. Si sente un po’ tradito, aveva sperato veramente che quel ragazzo si rimettesse sulla retta via, ma in fondo sapeva già. In qualche modo, sapeva già.

- Ti aiuterò, ragazzo. – fa piano – Ora berrai qualcosa, ti calmerai e poi ti porterò alla stazione di polizia più vicina e ti costituirai. Dirai il nome del tuo amico e io cercherò di farti uscire presto. –

- E questo lei lo chiama aiuto? – esclama l’altro.

- Dopo quello che hai fatto…questo tono non mi piace affatto. –

- Mi metteranno dentro! Lei lo sa, lei vuole che io vada in galera! –

- Dici che ti hanno visto, è meglio che tu sia il primo a parlare, piuttosto che l’ultimo. Te lo dico da avvocato. –

- No! Lei sta cercando di sbarazzarsi di me! Deve nascondermi! –

Ben esita, per qualche istante. Potrebbe farlo. Ci sono dei modi che un avvocato conosce, falle, piccoli errori nel sistema, un hotel appartato, niente telefono…i metodi per sfuggire alla legge. Sarebbe facile, per lui.

- Io sono un uomo onesto, signor Carradine. – gli dice – Voglio che anche tu lo diventi. – gli dice, serio.

- Non sarei mai dovuto venire qui! – fa, alzandosi, l’altro e barcollando attraverso il salotto.

- Se esci da quella porta, - gli dice Ben – non potrò più aiutarti. Questa è la tua chance di fare qualcosa per la tua vita. Se vuoi risolvere le cose, dovrai fare a modo mio. Altrimenti, d’accordo…vattene, ma non fai onore a tua madre così. –

Quella frase, quella parola. “Vattene”. È la seconda volta che la sente Spike, quella sera. Possibile che abbia sentito bene? La voce del mostro. La voce del mostro e la voce di Ben Parker. Sono simili, come se fossero quasi la stessa, come quella di due parenti. Il mostro e Ben Parker. La sua voce. La loro voce. Il mostro…è…Ben Parker. La mano trema, raggiunge la tasca. Ben Parker, il mostro. Continua a parlare, il mostro rosso e blu, parla e Spike…lo farà tacere per sempre.

L’esplosione perfora la tasca della giacca, il proiettile trapassa Ben come fosse fatto di burro e si conficca nel muro. May Parker lascia cadere il vassoio con la camomilla e caccia un grido strozzato, poi anche lei si accascia a terra. Spike corre, verso la porta, terrorizzato. Nella casa, dopo un’esplosione, un grido e le tazze che si sono rovesciate in terra, torna a regnare un silenzio innaturale. Ben cerca di respirare, il polmone si sta riempiendo di sangue. Ha l’affanno, non come quando stava facendo l’amore con sua moglie, sta affogando adesso. Ha paura, ha paura e non riesce a raggiungere il telefono, non vede neanche May, né Spike. Trema, e in quel momento pensa ad una persona sola. Peter. Peter li salverà.

- Trtnnn… - non sa perché parli, sono i suoi ultimi rantoli - to…rna…a…ccc…asa…P…Peter -   

 

Peter però è lontano quando il suo senso di ragno comincia inspiegabilmente a pizzicare. Non lo ha quasi mai fatto fuori dal set o dal ring e non ci sono pericoli evidenti. C’è solo questa strana sensazione di disagio, è diversa dal solito. Lui è in piedi, sul tetto più alto che ha trovato, il costume ancora addosso, per non rischiare di essere ripreso dalle telecamere di sicurezza. Stava riflettendo su cosa avrebbe fatto della sua vita, ma quell’emicrania si fa via via più insistente. Un pensiero gli si stampa nella mente, a fatica riesce a pensare ad altro. “Torna a casa Peter”.

In breve, sorvola la città. Beck glielo ha già fatto fare un paio di volte, per farsi notare. Pubblicità a costo zero. Alcuni giornali avevano cominciato anche una campagna contro queste manifestazioni pericolose e con il solo scopo pubblicitario. Fra tutti, il Bugle si era distinto in questo. Ora però per Peter quello è solo il modo più veloce per giungere a casa e così si accorge già ad un isolato di distanza delle auto della polizia e delle due ambulanze ferme davanti a casa sua.

- Che cosa è successo? – grida, dopo il primo di molti cambi d’abito in un vicolo buio. Ha dovuto estrarre dalla borsa i suoi abiti e infilarli velocemente sopra parte del costume per sbrigarsi, la maschera, i guanti e gli stivali li ha infilati nella borsa che tiene sulla spalla. Quel suo grido, mentre corre verso casa sua, incontra però gli sguardi sospettosi di molti poliziotti, finché uno non gli si para davanti.

- Ragazzo, tu chi sei? – gli fa, poggiandogli una mano sulla spalla, per trattenerlo, ma non riesce neanche a sfiorarlo, per quanto è veloce. Si ferma solo quando vede la barella che trasporta zia May uscire dalla porta d’ingresso. Mrs. Watson, la vicina di casa, grida per lui – È Peter! Ve lo stavo dicendo…è il nipote! –

Paralizzato, Peter viene portato fuori dal cortile. Un’altra barella esce da casa sua, ma chi c’è sopra è avvolto da un telo plastificato.

- Che cosa è successo? – ripete, al poliziotto che lo ha portato via.

- Ragazzo, non è il momento…noi non… -

- Deve dirmelo! - fa, respirando a fatica, in quel momento.

- Hanno sparato…a tuo zio. Un uomo, lo stiamo inseguendo, la tua vicina l’ha visto scappare, dopo aver sentito gli spari. Tua zia è…non sappiamo cosa le sia successo. Soffriva di cuore? –

Peter non riesce a parlare. Ha già perso i suoi genitori, Ben e May sono tutto ciò che gli rimane. Sbianca visibilmente e il poliziotto sa che dovrà portarlo in centrale, così apre la portiera della volante e lo fa sedere lì dentro, poi si allontana per andare a chiamare il suo superiore, che è in casa. Avvolto dal silenzio, il ragazzo sente che non riesce ancora a respirare bene. L’auto ha uno strano odore, non sa perché. Di fronte a sé, il sedile del conducente e il cruscotto, con i vari accessori della volante. All’improvviso, Peter sussulta. Una voce nella macchina. Ci mette un po’ a capire che è la radio.

- A tutte le volanti in zona, il sospettato di Forest Hills si dirige su Austin street, è a piedi, è da considerarsi armato e pericoloso…ripeto… -

Pochi minuti dopo, il poliziotto e il suo superiore tornando alla volante. Solo per trovarla vuota.