Spider-Man Origins #5

 

 

- Non ci posso credere! – grida l’arbitro, davanti a quello che vede.

Il corpo dell’enorme bestione viene sollevato a due braccia, poi il giovane mingherlino con il volto coperto da una ridicola maschera di latex lo atterra con un rapido balzo. La folla ruggisce, non c’è un altro termine per descrivere la rabbia nel vedere il favorito cadere nuovamente a terra con quella facilità. Peter Parker, per contro, si distanzia da terra con una semplice spinta delle braccia.

- Avete visto? –

- Quel tipo è una scheggia! -

Questa cosa sta andando avanti da qualche settimana, il suo allenatore gli procura degli incontri più o meno clandestini in cui si scommette forte, la gente punta per lo più sul pretendente alto due metri e imbottito di steroidi, mentre l’allenatore piazza la scommessa sul ragazzo con il ragno dorato sulla maschera. Alla fine, Peter ne ricava il 25%. Un furto, ma non è lì per fare soldi, o non solo.

- Andiamo, rialzati! – esclama, verso il suo avversario, che arranca, cercando di nuovo un po’ di equilibrio, poi all’improvviso scatta. Stupidamente, il ragazzo reagisce con ritardo a quel ronzio che si accompagna al pericolo, e che nella sua mente ha chiamato “senso di ragno”. In un attimo, si ritrova di nuovo avvinghiato in una lotta corpo a corpo con quel bestione sudato e la cosa gli suscita un’istintiva repulsione.

Peter non è un combattente esperto, cerca di mimare molte delle mosse che ha visto fare in tv, ma non si allena e non si applica. È lì per sfogare la sua rabbia contro persone che sanno incassare bene e magari guadagnare qualcosa intanto. Il suo essere estremamente più veloce di qualsiasi altro avversario che quei wrestler abbiano affrontato, è il suo vantaggio principale, assieme alla sua forza. In un attimo, il ragazzo sparisce letteralmente dalla morsa dell’energumeno, si appoggia alle corde del ring, si solleva da terra in un balzo innaturale e scatta in avanti, rompendone la difesa. Agisce d’istinto, colpendo l’uomo in volto con un manrovescio tanto duro da lasciarlo imbambolato. Mentre la folla inferocita rimane con il fiato sospeso, Peter afferra la mascella dell’avversario con la sinistra e assesta un ultimo poderoso gancio destro verso quel volto. Deve fare attenzione, l’ultima volta ha quasi fatto perdere un occhio a qualcuno, e questo lo ha spaventato non poco.

- Il vincitore! – esclama l’arbitro, accorrendo sul ring.

 

In silenzio, l’uomo di mezza età sospinge lentamente la porta di casa, portandosi dietro la sua ventiquattrore colma di documenti legali. Nonostante il periodaccio, Ben Parker è felice di essere tornato a casa e di sentire quell’odore di frittelle nell’aria.

- May! – esclama, poggiando la valigetta e facendosi strada verso la cucina – Non avresti…dovuto… - quel lieve sussulto di sorpresa è naturale, nel notare un’altra persona in casa, seduta al tavolo della cucina.

- Oh, ciao Ben! Abbiamo ospiti… - esclama sua moglie, con un sorriso che mal cela una vena di tristezza. Il ragazzo che è seduto al tavolo ha ventinove anni, ma le occhiaie e il viso pallido suggeriscono che quegli anni gli sono valsi il doppio. Lo chiamano “Spike”, un soprannome che gli hanno affibbiato le “cattive amicizie”, ha cominciato con piccoli furtarelli al liceo e poi ha continuato a cacciarsi in un guaio dopo l’altro. Ben se lo ricorda bene, è stata la sua prima causa persa, in tutti i sensi, come avvocato e come persona.

- Signor Carradine, buonasera. – il ragazzo sorride con aria stanca quando Ben lo chiama per cognome, è l’unica persona che lui conosca a farlo.

- Buonasera, signor Parker…io…sua moglie ha così insistito… -

- Oh, santo cielo, ragazzo mio…sei così pallido, qualche frittella non ti ucciderà. – commenta May, lanciando uno sguardo a suo marito.

- No…non lo farà… - rimarca Ben, notando i segni rossi che penetrano l’avambraccio ossuto di “Spike”, quei puntini rossi che testimoniano che ben altro lo sta uccidendo.

- Ah…io…sto cercando un lavoro, signor Parker. –

- Questo ti fa onore, se hai bisogno di aiuto… -

- No, no… - mormora il ragazzo, cominciando a mangiare voracemente il cibo che gli viene servito, mentre il suo tono rivela che sta girando intorno a qualcosa.

- Che succede signor Carradine? – gli chiede alla fine Ben.

- Io…avrei bisogno di un po’ di soldi. –

Un sospiro si leva dalla bocca dell’avvocato, che socchiude gli occhi – Ascolta… -

- Solo per un po’ di tempo, mentre…mentre cerco un lavoro! – si affretta a precisare l’altro – Glieli restituirò…davvero! –

- Non starò qui a negarti neanche un centesimo, sei venuto da me perché sai che sono l’unico che non te li negherà, giusto? – Ben lo fissa, mentre il ragazzo abbassa gli occhi con aria colpevole e May si appoggia piano al lavandino, mordendosi le labbra – Però…hai fatto male i tuoi conti. Non sono disposto a darti i soldi per autodistruggerti. –

- No! No…ho chiuso con… -

- Signor Carradine…non ho davvero né il tempo né la voglia di ascoltare le tue bugie, così come tu non ascolteresti la mia ennesima predica. – Ben afferra tre banconote da cento dollari e le depone accanto al piatto dell’altro – Tua madre…mi ha chiesto di difenderti la prima volta anni fa e non ho mai smesso di onorare la promessa che le ho fatto quando se n’è andata. –

- Le giuro che è questione di giorni! Sto parlando di un lavoro onesto! – esclama l’altro, senza ancora prendere i soldi, ma non staccando lo sguardo dalle banconote.

- Fa che questa volta la storia del lavoro sia vera, perché non ho nessuna intenzione di venirti a raccattare in qualche distretto di polizia! Sai molto bene quante volte è successo. Ora per favore finisci di mangiare e prendi quei soldi… - con un sospiro, Ben Parker si allontana dalla cucina. Finora non si era mai adirato tanto con Spike, ma crescere Peter, vederlo cambiare in quel modo, lo poneva nella posizione di un padre, anche se per poco e questo lo sta cambiando. Non può permettersi di sbagliare con Peter, quel episodio è l’ultima goccia che gli serviva per ignorare la stanchezza e il dolore. È tempo di rimboccarsi le maniche.

 

- Che vuol dire che c’è un tizio che mi deve parlare? – chiede Peter, con ancora indosso la sua maschera, nello spogliatoio rimediato da dei bagni pubblici in disuso.

- Un tizio… - gli risponde il suo allenatore - …un tizio che vuole offrirti un lavoro. Mi ha chiamato al telefono. –

- Io ce l’ho già un lavoro. –

- Questo è un lavoro diverso. – mormora l’altro.

- Mi stai scaricando? –

- Senti, ragazzino, il nostro business si basa sul fatto che la gente non scommetterebbe mai su un mingherlino come te con una maschera ridicola, ok? Ha funzionato per qualche settimana, ma adesso si è sparsa la voce, gli introiti stanno calando… -

- Tu cosa ne ricavi da questo tizio? – mormora sospettoso il giovane Parker.

- Niente. -

- Sto parlando sul serio. –

- Ok, ok…mi darà una certa somma, ma di sicuro farà guadagnare parecchio anche a te. Sta tranquillo, gli ho già parlato di tutti i tuoi piccoli problemi di anonimato, ha detto che non gli importa: ti ha visto in azione e ti vuole incontrare. –

- Va bene, va bene…sapevo che fidarmi di te sarebbe stata una perdita di tempo. – mormora Peter, scuotendo la testa – Dammi l’indirizzo, ci andrò. -

Intanto, Betty Brant maledice silenziosamente il suo editore per l’ennesima volta. È notte, ormai, e quando ha cominciato quel appostamento erano da poco passata l’ora di pranzo. Sperava di incontrare il figlio dei Parker di ritorno dal liceo, ma a il ragazzo non si era fatto vedere. Dato che è certa che non fosse in casa, le rimangono due opzioni: tornare al giornale e affrontare J.J.J. in tutta la sua ira, e quindi perdere anche quell’opportunità di finire il suo stage o…attendere ancora.

In silenzio, seduta sul marciapiede antistante alla casa degli zii di Peter, osserva le ultime macchine rientrare nei vialetti delle proprie case. Intanto, qualche metro più in là, un ragazzo dai capelli castani cammina senza troppa fretta sul marciapiede antistante, con uno zaino portato su una spalla sola.

- È lui! – la ragazza ormai era propensa a non credere che l’avrebbe incontrato e ora che lo ha davanti, deve constatare che la foto di repertorio che lo ritrae non gli rende giustizia, visto che di persona sembra molto più in forma – Ah…Peter Parker? – chiede, ad alta voce, prima di attraversare la strada, per intercettarlo. Per contro, Peter è alquanto sospettoso. La doppia vita che conduce lo porta spesso a chiedersi se qualcuno possa seguirlo dai posti che frequenta.

- Dipende da chi lo vuole sapere… - mormora, osservando la sconosciuta. Un viso dai lineamenti regolari e due occhi nocciola da cerbiatta che stenderebbero anche Flash Thompson, si ritrova a pensare. Jameson, ovviamente, ci ha visto giusto nella scelta dell’intervistatrice.

- Ah…mi sono trasferita da poco nel quartiere… - mente la ragazza - …mi chiamo Betty. Ho sentito di quel che è successo ai tuoi genitori… - a questa frase il viso di Peter si irrigidisce - …e volevo…insomma…beh… -

Quel imbarazzo, unito al bel sorriso che lo accompagna, è sufficiente per abbindolare Peter. In breve, i due cominciano a parlare, anche se non dell’argomento che interesserebbe al Bugle, spostandosi verso un distributore automatico.

- Sei stata molto gentile…forse un po’ goffa, ma per fortuna io sono il re della goffaggine… - ammette Peter, sorridendo, mentre la ragazza inserisce una monetina nell’apposita fessura.

- Beh…sai, anche io ho perso i genitori quando avevo più o meno la tua età e credo…credo di capire come ti senti. –

- Mi dispiace molto. – mormora il ragazzo, osservandola alla luce del lampione serale.

- Io penso che parlarne ti farebbe bene, sai? – gli dice lei, aspettando che la lattina di coca cola che ha scelto scivoli verso il basso, cosa che non accade.

- Non lo so, sinceramente… - mormora Peter, osservando gli sforzi della ragazza nel picchiettare contro il plestiglass della macchinetta – Aspetta, faccio io… - le dice con un sorriso. In qualche modo, Betty lo distende. Il ragazzo è troppo giovane per riconoscere quella strana sensazione di libertà nel parlare con una ragazza in quel modo, ma è rapito completamente da essa, al punto di non preoccuparsi di nulla. Così, senza pensarci, appoggia una mano su un lato del distributore automatico, la fa aderire e con la propria forza inclina in avanti la macchinetta, nonostante l’urletto spaventato della ragazza, facendo cadere la lattina.

- Ecco fatto. – le dice, porgendole la bibita.

- Oh…ma tu sei un mago! – esclama Betty, sorridendo e aprendo la coca cola. Purtroppo, essendo stata agitata in quel modo, il liquido zuccherato fuoriesce sotto la pressione dell’anidride carbonica, viaggiando pericolosamente verso la stagista del Daily Bugle, che per evitarlo non può far altro che scansarsi e lasciar andare la lattina. Per contro, anche la borsetta della ragazza cade a terra, rovesciando a terra il contenuto.

- Accidenti… - mormora la ragazza.

- Aspetta…ti aiuto… -

- No, no…non serve… - ma Peter ha già cominciato a raccogliere i suoi effetti personali. È così che si ritrova per le mani il registratore acceso della giornalista.

- Cos’è questo? – le chiede.

- Io… - inutile, una spiegazione plausibile non le viene in mente.

- Tu non abiti qui vicino, vero? Chi sei? –

- Aspetta, non devi…ehi! – la ragazza protesta quando Peter, senza ascoltarla, afferra il suo portafoglio e lo apre – Non puoi farlo! –

- Daily Bugle, eh? Eh? – esclama il ragazzo, lanciando il portafoglio con il tesserino a terra, avvicinandosi verso la ragazza.

- Il mio editore…il giornale voleva una tua dichiarazione… - prova a spiegare lei, che quel intervista non voleva farla.

- Appunto, sei qui per questo. – le dice Peter, avvicinandosi – Avanti…raccogli la tua roba e fammi questa intervista! – grida, ad un centimetro da lei – Se non ce l’hai il coraggio, non venire qui a raccontarmi bugie sui tuoi genitori morti e a farmi gli occhi dolci, signorina Brant. – detto questo, devia e si allontana da lei, diretto verso casa.

Betty lo guarda allontanarsi, poi in silenzio si china sulla sua roba, cominciando a rimetterla nella borsa. È scossa, si sente orribile, disapprova completamente quello che ha fatto…ma non ha mentito, non sui suoi genitori e forse…forse neanche gli occhi dolci erano falsi.

Qualche minuto dopo, Peter è di nuovo sulla strada di casa, impegnato a insultarsi per essere caduto nella trappola di quella cronista. I passi sono rapidi e lo sguardo basso non incrocia la figura di suo zio, seduto sui gradini del portico, fin quando i due non si ritrovano faccia a faccia.

- Che c’è? – esclama il ragazzo – Ho fatto tardi? O hai saputo che non sono andato a scuola? Qualunque cosa sia, non ho voglia di… -

- Peter? – lo interrompe suo zio.

- Cosa? –

- Ciao. – il silenzio che segue dura qualche secondo di troppo.

- Uh…ciao, zio…va…va tutto bene? –

- No, ragazzo mio. – risponde l’altro alzandosi, ma restando sul posto – Mi manca tuo padre. Mi manca maledettamente quella testa dura di tuo padre. E mi manca Mary. – di nuovo, scende il silenzio fra i due.

- Ben, non credo che… - cerca di dire Peter, ma non trovando le parole giuste per troncare la cosa, è lo zio a riprendere a parlare.

- Ho telefonato a casa dei Thompson, nel pomeriggio. –

- Quali Thompson? –

- A casa di Flash Thompson. – specifica Ben, porgendogli qualcosa – Questo è per te. –

Se prima la priorità di suo nipote era evitare la conversazione, ora lo stupore prevale nettamente.

- Hai costretto Flash a scrivermi un biglietto di scusa? –

- No, ho parlato con Flash e con i suoi genitori e LORO lo hanno costretto a scriverti un biglietto di scusa. Me lo ha portato qualche ora fa. – ammette, sorridendo.

- Per cosa? L’ho usato per pulirci il pavimento l’ultima volta che sono andato a scuola… -

- E lui l’ha fatto con te ogni giorno degli ultimi anni. Penso che le scuse siano per questo e che sia sempre per questo se suo padre gli ha sequestrato il cellulare… -

- Ah, perfetto! – esclama il ragazzo, esasperato – E pensi di aver migliorato la situazione? –

- Penso che questo non ti farà entrare nelle sue grazie, ma sei troppo intelligente per volere l’approvazione di uno del genere. In realtà, sei troppo intelligente per cadere in qualunque mio tentativo di manipolare la situazione a mio favore.  

- Allora perché? – chiede all’improvviso suo nipote.

- Perché cosa? –

- Perché hai fatto questo? Perché questo discorso? –

Zio Ben sospira, passandosi una mano sulla barba di un paio di giorni, e sorridendo a suo nipote

- Perché va tutto bene, Peter. Va tutto bene, sono stanco che le cose vadano male, sono stanco…alla nostra famiglia hanno inflitto abbastanza dolore e tu…santo cielo, è ovvio che tu abbia reagito. Sei quasi morto, hai perso tua madre e tuo padre…un’altra persona sarebbe distrutta, tu stai cercando di difenderti! Ero io quello strano, quello che non reagiva…ma invecchiando, Peter…i riflessi diventano lenti. –

- Stai dicendo che ho fatto bene a pestare Flash? –

- Sto dicendo che non sei più il solo che vuole qualcosa di buono per la nostra famiglia, che vuole reagire. Possiamo farlo ed è nostra responsabilità farlo. –

- Non puoi pretendere che sia tutto così semplice. – gli ricorda il ragazzo.

- Posso sperarlo però. – gli risponde Ben, con un sorriso. Un altro silenzio colma quel lasso di tempo – Andiamo Peter…tua madre diceva sempre che eri la persona più dolce che avesse conosciuto. Forse noi non abbiamo avuto tempo di conoscerci, ma…non lasciare che tutto questo mi impedisca di volerti bene. –

Se fosse una partita a scacchi, forse il giovane Parker già intravedrebbe che suo zio sta muovendo verso lo scacco matto, ma non è una sfida, non sono l’uno contro l’altro e non c’è una contromossa ad ogni tentativo di avvicinarsi, a volte semplicemente non c’è niente da controbattere.

- Che cosa ha preparato May, per cena? – chiede Peter, alla fine.

Si tratta di un processo graduale. La rabbia può essere un’esplosione incontrollabile o può intrecciare i fili in un muro d’odio. Nel primo caso, si esaurisce in fretta, nel secondo è molto più difficile liberarsene, si deve agire pezzo per pezzo, mattone su mattone e si deve avere il coraggio di iniziare. Ben Parker ha trovato quel coraggio e lentamente, non in un solo colpo, andrà minando la rabbia di Peter, giorno dopo giorno. È un processo graduale e difficile, fatto di piccole cose, di frasi non dette e schemi distrutti, ma Ben Parker, in qualche modo, miracolosamente, trova la forza di farlo.

 

Il giorno dopo, il giovane Parker riesce ad andare a scuola. Non parla con Flash, non parla con nessuno e non interviene con gli insegnanti, se non per presentare la giustificazione per il suo periodo di assenza. È un primo passo, a Peter la scuola è sempre piaciuta, ma non è per questo che lo compie. Gli serve una scusa per far tardi, se suo zio Ben si è messo in testa di ricucire il rapporto con lui, cosa di cui il ragazzo non è ancora sicuro.

Nel pomeriggio, non torna a casa, ma si dirige nel luogo che indicatogli dal suo ex allenatore. È un teatro, chiuso da qualche mese, quello in cui sgattaiola una volta indossata la sua maschera e i pantaloni attillati. Scivola lungo una trave, fino alle impalcature soprastanti il palco, è sicuro così di poter vedere senza essere visto, ma il suo senso di ragno gli dice il contrario.

- Vieni fuori, non mordo mica! – esclama una voce melliflua dalla platea, mentre i riflettori si accendono sul palco vuoto – Fammi vedere la tua entrata migliore. – le luci sono troppo forti per permettere al ragazzo di individuare la figura seduta in terza fila, da sola.

- Beh, che sarebbe stata una cosa strana già lo sapevo… - mormora, scivolando a terra compiendo due capriole in aria.

- Veramente sbalorditivo, anche se…un po’ goffo. – commenta quella voce – Sembra che tu sia molto…naif, per così dire. –

- Si può sapere chi sei? –

- Sono una persona interessata. – mormora l’uomo, alzandosi e camminando lentamente verso il palco – Ma anche affascinata. Hai delle doti straordinarie, ma le sprechi per un pubblico che davvero non sa apprezzarle. –

- Il tuo nome? – ora Peter può vederlo bene, è un uomo sotto il metro e settanta, dai lineamenti pesanti e i capelli neri e lisci, avvolto in un lungo cappotto scuro, un sorriso stampato sul volto.

- Mi chiamo Quentin Beck. – gli risponde.

- Mai sentito. –

- Oh…in realtà si, in realtà si. – replica l’altro, salendo sul palco – Sono nei titoli di coda della maggioranza dei film che hai visto. Spielberg non sarebbe riuscito a girare neanche il primo Jurassic Park, senza di me, e Titanic? Cameron mi manda ancora un cestino per il mio compleanno. Ero un esperto di effetti speciali cinematografici, in particolare di quelli fisici. Robotica, meccanismi, piattaforme… -

- Wow… -

- Intuisco che c’è un giovane teeanger realmente affascinato dalla cosa, sotto quella maschera. –

- Beh… - non può negarlo, in effetti Peter è sbalordito.

Con un sospiro, Beck si avvicina al ragazzo, scuotendo la testa – Come ho detto, ERO un esperto di effetti speciali cinematografici. Il mio lavoro ora è diventato banale, la maggioranza delle cose che vedi ora si effettuano tramite la grafica digitale, sono…superato. Però…ho un bagaglio di conoscenze in ambito di spettacolo che non può andare sprecato nell’ambiente, capisci? Mi sono riciclato come talent scout. –

- Aspetta…vuoi ingaggiarmi…per un film? – gli chiede Peter. La prospettiva, per quanto strana, è anche allettante per la sua giovane mente.

- Vuoi fare un film? – gli chiede Beck – Perché se è questo che vuoi, con le tue capacità, non ci vorrebbe nulla, ma…dovresti toglierti quella maschera, trasferirti a Los Angeles…e i primi soldi li vedresti fra uno, o due anni. –

- Ah…no…allora non voglio fare un film. – risponde confuso Peter, mentre l’altro sorride.

- Io avevo in mente qualcosa di un po’ diverso, un settore dove fare soldi è più facile e potrei…riuscire a farti mantenere l’anonimato, anzi potrebbe quasi essere un vantaggio. Però prima…dobbiamo lavorare su alcune cose… -

Quel uomo che racchiude in sé le caratteristiche del Gatto e della Volpe, comincia a parlare e Peter è ormai stato catturato dal suo modo di fare, dalle cose che ha visto e dalle cose che gli promette di fargli vedere.

 

- Per prima cosa, lo stile… - è questo quello che Beck gli ripete, nelle settimane a venire. L’uomo contatta tutti i più grandi coreografi cinematografici di arti marziali che conosce. Gente che ha lavorato con Jackie Chan, che ha disegnato le mosse dei film dei fratelli Watchowski, cominciano ad educare i movimenti di Peter. Quentin li incarica di non focalizzarsi su un solo stile di combattimento, ma di crearne uno fatto apposta per le capacità del ragazzo, qualcosa di efficace e distintivo. Così, gli insegnano a cadere, a sferrare, saltare, schivare senza perdere l’equilibrio. Al termine di ogni sessione, quegli uomini vanno poi a riferire a Beck dei suoi progressi e tutti sono concordi su una cosa: quel ragazzo non è umano e non usa trucchi o steroidi.

In breve, Peter espone al suo nuovo agente anche l’idea dei lanciaragnatele, che viene rapidamente accolta con successo.

- Devi imparare a parlare come un adulto. Non puoi pretendere di essere preso sul serio se non impari a impostare la voce, tutti capiranno che non arrivi neanche a diciotto anni. –

Così, dopo la scuola, Peter passa ore con Beck a fare prove di dizione e a sforzare le sue giovani corde vocali per produrre due voci diverse, una per il giovane Parker e l’altra per il suo alter ego. Inoltre, l’uomo del cinema gli insegna che non è solo questione di voce, ma anche di atteggiamento, di modo di porsi.

- Potresti provare a fare qualche battuta mentre agisci! Diverti il pubblico, schernisci gli avversari…questo personaggio deve avere una personalità precisa, deve essere un inguaribile sbruffone… -

Passano le settimane, settimane in cui zio Ben vede nascere un nuovo Peter Parker, che esce felice la mattina ed è distrutto la sera quando ritorna. L’impressione è che sia tornato il ragazzo sereno di sempre, ma la motivazione è che qualcun altro sta in realtà nascendo. Un personaggio che è frutto di ore e ore di allenamento, ma nel quale il ragazzo riversa una parte sconosciuta della sua personalità, una parte scanzonata che va oltre la rabbia, che è capace di dimenticarla e farla dimenticare.

L’ultima parte, viene dal sarto che Beck ingaggia per studiare un design consono al personaggio. Qualcosa di visibile, di essenziale e che trasmetta il messaggio in modo immediato ma che rimanga facilmente impresso nel pubblico.

Non più di due mesi dopo, sugli apparecchi televisivi di tutti gli Stati Uniti viene trasmesso un nuovo reality show, un programma rapidamente bollato dalla critica come “TV spazzatura” ma che altrettanto rapidamente cattura l’attenzione di una grande fetta del pubblico. È così, in prima serata, il titolo del programma campeggia a grandi lettere sullo schermo di milioni di americani: “Who is Spider-Man?”